di Amilcare Mancusi

Per il debito di uno dei coniugi, correttamente è sottoposto ad esecuzione per l’intero il bene ricadente nella comunione legale con l’altro coniuge, con conseguente esclusione di ogni irritualità o illegittimità degli atti della procedura, fino al trasferimento del bene a terzi, non potendosi riconoscere al coniuge non debitore il diritto di caducare tali atti, né quello di ottenere la separazione di parti o quote del bene staggito o di conseguire dalla procedura esiti diversi dalla vendita per l’intero, salva la corresponsione, in sede di distribuzione, della metà del ricavato lordo della vendita, dovuta in dipendenza dello scioglimento, limitatamente a quel bene, della comunione senza quote.

La legittimazione a proporre, unitamente all’opposizione di terzo ex art. 619 cod. proc. civ., anche l’azione di rivendicazione nei confronti dell’aggiudicatario dopo la vendita e l’assegnazione, è stata riconosciuta dalla Corte al terzo che vanti un diritto reale sul bene immobile oggetto di esecuzione forzata, mentre, con riguardo alla peculiare fattispecie in cui il bene ricada nella comunione legale tra coniugi, è stato affermato lo specifico principio secondo il quale “la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l’espropriazione, per debiti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene staggito all’atto della sua vendita od assegnazione e con diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso oppure del valore di questo, in caso di assegnazione.

Il principio è stato riaffermato dalla Corte di cassazione, Sezione 3 Civile, con l’ordinanza del 4 gennaio 2023, n. 150, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato la decisione resa dalla Corte d’appello di Campobasso.

La vicenda

Con provvedimento del 1998, all’esito di una procedura di esecuzione immobiliare esattoriale promossa per mancato adempimento di un’obbligazione tributaria da parte di Mevio Tacito, fu devoluto al patrimonio dello Stato un immobile sottoposto al regime di comunione legale tra coniugi esistente tra il debitore tributario e Gaia Catone, e da loro adibito ad abitazione familiare.

La Catone, ottenuto l’accertamento giudiziale della comproprietà dell’immobile, nella misura del 50%, convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Campobasso, l’Agenzia del Demanio e la S.R.T. di Isernia s.p.a. (agente della riscossione dei tributi), chiedendo, in via principale, la declaratoria di nullità o la revoca del provvedimento di devoluzione dell’immobile staggito, oltre al risarcimento dei danni subiti, e, in via subordinata, la liquidazione della quota di proprietà dell’immobile medesimo e la condanna dei convenuti al pagamento dell’importo corrispondente al relativo valore.

L’Agenzia del Demanio ottenne l’autorizzazione a chiamare in causa Mevio Tacito (che rimase contumace) e propose nei suoi confronti, nonché, in via riconvenzionale, nei confronti di Gaia Catone, domanda di risarcimento del danno per occupazione abusiva dell’immobile devoluto al patrimonio dello Stato.

Il Tribunale di Isernia, adìto in riassunzione dopo che quello di Campobasso si era dichiarato incompetente, dichiarò inammissibile la domanda principale della Catone e accolse quella subordinata nei confronti dell’Agenzia del Demanio, condannandola al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di Euro 27.544,37 corrispondente al valore della quota del 50% di proprietà dell’immobile espropriato; rigettò, inoltre la domanda risarcitoria proposta dall’Agenzia del Demanio.

Con sentenza n. 366 del 2019, la Corte d’appello di Campobasso (adìta con impugnazione principale dall’Agenzia del Demanio e con impugnazione incidentale da Gaia Catone) – ha rigettato l’appello incidentale ed ha parzialmente accolto quello principale, condannando l’Agenzia del Demanio a pagare a Gaia Catone la minor somma di Euro 13.772,20, oltre interessi dal 1998 al saldo.

La Corte d’appello ha deciso, tra gli altri, sulla base dei seguenti rilievi:

a)- in base alla giurisprudenza di legittimità (sono state citate la pronuncia di Corte di cassazione, n. 6575 del 2013 e le successive conformi), la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l’espropriazione, per debiti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene staggito all’atto della sua vendita od assegnazione e diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso o del valore di questo, in caso di assegnazione;

b)- di conseguenza, stante l’impossibilità di ricostruire il coniuge non debitore come proprietario esclusivo di una parte, anche solo ideale, del bene aggredito esecutivamente, doveva ritenersi infondato l’appello incidentale della Catone, con il quale era stato lamentato il mancato accoglimento della domanda di annullamento o nullità o di revoca del decreto di alienazione dell’immobile, nonché di risarcimento del danno da esso conseguente.

Avverso la sentenza della Corte d’appello Gaia Catone ha proposto ricorso per la cassazione, sulla base di quattro motivi.

I motivi di ricorso

Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2919 cod. civ., 555 e ss. cod. proc. civ., 87 d.P.R. n. 602 del 1973, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ.; nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 4, cod. proc. civ.) la ricorrente ha censurato la decisione impugnata per avere respinto il suo appello incidentale e confermato il rigetto della sua domanda di rivendica formulata con richiesta di annullamento del provvedimento di devoluzione al patrimonio dello Stato dell’immobile soggetto ad esecuzione esattoriale.

La ricorrente ha sottolineato di essere estranea al debito erariale gravante sul coniuge Mevio Tacito; di essere invece proprietaria del 50% per cento dell’immobile illegittimamente alienato con l’esecuzione esattoriale; di avere già esperito senza esito l’opposizione di terzo all’esecuzione; ha sostenuto, pertanto, di essere legittimata all’esercizio dell’azione di rivendica, in conformità ad un, ormai risalente, orientamento della giurisprudenza di legittimità (viene citata Corte di cassazione, 17/05/2007, n. 11455).

La decisione in sintesi

La Corte di cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 150 del 2023, ha ritenuto il motivo non fondato e rigettato il ricorso con conseguente conferma della decisione impugnata.

La motivazione

Il Collegio ha evidenziato che la legittimazione a proporre, unitamente all’opposizione di terzo ex art. 619 cod. proc. civ., anche l’azione di rivendicazione nei confronti dell’aggiudicatario dopo la vendita e l’assegnazione, è stata riconosciuta dalla Corte al terzo che vanti un diritto reale sul bene immobile oggetto di esecuzione forzata (Corte di cassazione, 13/11/2012, n. 19761), mentre, con riguardo alla peculiare fattispecie in cui il bene ricada nella comunione legale tra coniugi, è stato affermato lo specifico principio secondo il quale “la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l’espropriazione, per debiti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene staggito all’atto della sua vendita od assegnazione e con diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso oppure del valore di questo, in caso di assegnazione” (Corte di cassazione, 14/03/2013, n. 6575).

Sulla base di tale principio, la Suprema Corte non solo ha confermato che l’esecuzione sul bene ricadente nella comunione legale tra coniugi può avere ad oggetto il bene esclusivamente nella sua interezza e non per una inesistente quota della metà, ma ha ulteriormente specificato che, pur non essendo esclusa la legittimazione del coniuge non debitore ad esperire le opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi, nonché l’opposizione di terzo, tuttavia tali rimedi non possono essere da lui esperiti al fine di escludere dall’espropriazione una quota del bene in natura (Corte di cassazione, 29/05/2015, n. 11175) ed ha ribadito che l’unico diritto spettategli è quello di percepire, in sede di distribuzione, la metà del ricavato della vendita del bene, al lordo delle spese di procedura (Corte di cassazione, 31/03/2016, n. 6230).

Se da un lato, infatti, va ritenuto insussistente l’interesse del coniuge debitore a dedurre l’appartenenza del bene alla comunione legale (poiché, di regola, l’esecutato non ha interesse a dolersi dell’appartenenza del bene staggito ad altri od anche solo in parte ad altri), dall’altro lato va pure esclusa la legittimazione del coniuge non debitore a paralizzare o inficiare gli atti di disposizione del bene compiuti durante il processo di espropriazione, e quindi a rivendicare alcunché sulla base della deduzione di una pretesa di natura reale, potendo egli soltanto esercitare il diritto personale ad ottenere la metà (lorda, non potendo porsi a suo carico anche le spese di una liquidazione che già ha luogo contro la sua volontà) del controvalore del bene all’atto della distribuzione.

La Cassazione ha, inoltre, escluso l’applicabilità, alla fattispecie, del meccanismo processuale di cui agli artt. 599-601 cod. proc. civ., attesa la non configurabilità, nel bene oggetto di comunione legale tra coniugi, di una “quota”, come parte ideale del bene staggito sulla quale si puntualizzi la proprietà esclusiva del singolo comunista (Corte di cassazione, 31/03/2016, n. 6230, cit.).

I detti principi si sono consolidati nella giurisprudenza di legittimità, la quale non solo ha reiteratamente riaffermato il principio – costituente la premessa generale delle implicazioni relative ai diritti spettanti al coniuge non debitore – secondo cui la comunione tra coniugi ha natura di comunione “senza quote” (cfr., ad es., Corte di cassazione, 05/04/2017, n. 8803).

Ma ha anche puntualmente riaffermato che la rilevata natura comporta che l’espropriazione, per obbligazioni personali di uno solo dei coniugi, di uno o più beni in comunione abbia ad oggetto la “res” nella sua interezza e non per la metà o per una quota, traendone la conseguenza che, in ipotesi di divisione, è esclusa l’applicabilità sia della disciplina sull’espropriazione dei beni indivisi (artt. 599 e ss. cod. proc. civ.) sia di quella contro il terzo non debitore (Corte di cassazione, 24/01/2019, n. 2047).

Il Collegio, in conclusione, ha inteso dare continuità all’orientamento secondo il quale, «per il debito di uno dei coniugi, correttamente è sottoposto ad esecuzione per l’intero il bene ricadente nella comunione legale con l’altro coniuge, con conseguente esclusione di ogni irritualità o illegittimità degli atti della procedura, fino al trasferimento del bene a terzi, non potendosi riconoscere al coniuge non debitore il diritto di caducare tali atti, né quello di ottenere la separazione di parti o quote del bene staggito o di conseguire dalla procedura esiti diversi dalla vendita per l’intero, salva la corresponsione, in sede di distribuzione, della metà del ricavato lordo della vendita, dovuta in dipendenza dello scioglimento, limitatamente a quel bene, della comunione senza quote».

Debito di un coniuge: correttamente è sottoposto ad esecuzione l’intero bene ricadente nella comunione legale – PuntodiDiritto

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