Privacy Policy OSSERVAZIONI E PROPOSTE DELL’ASSOCIAZIONE “A.C.D.C.” SULLA NORMATIVA EMERGENZIALE IN TEMA DI ESECUZIONE FORZATA | Associazione di Coordinamento dei Delegati e Custodi - per lo studio del diritto dell’esecuzione forzata e del diritto delle crisi economiche

 

Sommario:1. Premessa – 2. Delimitazione dell’operatività della normativa emergenziale con specifico riferimento all’art. 54 ter DL 17/03/2020, n. 18. – 3. Profili di illegittimità costituzionale dell’art. 54 ter come modificato dall’art. 4, comma 1, D.L. 28/10/2020, n. 137 anche alla luce della normativa comunitaria. – 4. Sospensione delle procedure ed ordini di liberazione. 5. Proposta abrogazione art. 4 del D.L. 28/10/20 n. 137 e interpretazione autentica dell’art. 54 ter L. 27/2020. – 6. Criteri di scelta dei professionisti delegati e art. 179 ter delle disp. att. c.p.c.: proposta di A.C.D.C.

  • Premessa

L’A.C.D.C. “ASSOCIAZIONE DI COORDINAMENTO DELEGATI E CUSTODI – Per lo Studio del Diritto dell’Esecuzione Forzata e del diritto delle crisi economiche” ritiene necessario intervenire nuovamente (lo aveva già fatto ad aprile con una nota che aveva poi aperto la strada al conferimento ai delegati alle vendite, da parte dei Tribunali italiani, del potere di approvazione dei piani di riparto, agevolando la conclusione delle procedure esecutive e la circolazione del denaro in piena pandemia) in ordine agli ultimi provvedimenti “emergenziali” in materia di esecuzione forzata i quali, anche a causa di una terminologia imprecisa e soprattutto a-tecnica, hanno creato e continuano a creare notevoli difficoltà interpretative e prassi disomogenee tra gli Uffici Giudiziari del Paese.

I temi sono stati quelli noti dell’art. 54 ter, del cash in court, delle modalità attuative dei riparti, della dichiarazione di urgenza nella trattazione o meno di determinate materie, nelle sospensioni di attività di visita e financo di custodia (salvo le urgenze), nell’attuazione degli ordini di liberazione anche magari dopo il versamento del prezzo e tante altre. A questi si sono aggiunte alcune incomprensibili norme “emergenziali” il cui effetto è stato diverso dal fine dichiarato.

Il pensiero dei professionisti delegati, ovvero di coloro i quali vivono “sul campo” gli effetti degli interventi del Legislatore sulle esecuzioni forzate e dunque più di altri sono in grado di interpretare le norme in modo trasversale, offrendo stimoli per l’adozione di provvedimenti di sistema che contribuiscano al miglioramento e all’efficienza del sistema giudiziario, nonché di stimolare chi deve assumere tali decisioni, di modo che siano utili ed efficienti, muove da due premesse.

La prima è che ogni normativa emergenziale non può che essere costituita da disposizioni eccezionali, circoscritte temporalmente ed insuscettibili di interpretazione analogica e di dilatazione temporale dei loro effetti.

La seconda è di natura numerica e si inserisce nella già critica situazione economica del Paese agli inizi dell’anno in corso. Non sarà allora superfluo richiamare i dati del mercato immobiliare gestito dai Tribunali italiani nella fase patologica degli inadempimenti: nell’anno 2019 le aste immobiliari sono state 204.632, per un controvalore complessivo a base d’asta pari a 28,4 miliardi di euro, che aumenterà sicuramente per effetto del fermo forzato delle attività. Di queste il 70% dei lotti in vendita è residenziale; il 10% è rappresentato da immobili industriali e commerciali; il 5% da negozi, uffici, laboratori e magazzini; l’11%, da terreni, agricoli ed edificabili, il 4% da strutture ricettive e a destinazione specifica (cinema, teatri, ecc.)[1].

Le procedure in fase di asta (o di rilascio, di qualsiasi tipologia) si riferiscono pressoché tutte a debiti precedenti l’avvento della pandemia da Covid-19, per i quali l’impossibilità di incasso in tempi certi (basti solo considerare che le aste, oltre a quelle sospese perché inerenti le abitazioni principali, nel solo primo semestre 2020 sono calate in media del 40% rispetto al 2019) comporterà per gli Istituti di Credito, per le Finanziarie e per le società di cartolarizzazione, ma anche e soprattutto per i creditori ordinari, in particolare persone fisiche, imprenditori piccoli o meno, una stretta del credito con la concreta previsione, soprattutto per questi ultimi, di non riuscire a fare fronte alle loro obbligazioni, così diventando i debitori di domani.

È ben vero che i problemi sociali conseguenti all’evoluzione epidemiologica esulano dalla valutazione e dall’operato dei professionisti delegati, curatori e commissari giudiziali, ma è anche vero che i problemi sociali costituiscono pur sempre un’onda che travolge tutto e tutti e, pertanto vanno gestiti.

Con la presente nota A.C.D.C. intende contribuire in modo propositivo al confronto su specifiche tematiche: quella della delimitazione dell’operatività della normativa emergenziale con specifico riferimento all’art. 54 ter DL 17/03/2020, n. 18; quella sui profili di illegittimità costituzionale dell’art. 54 ter come modificato dall’art. 4, comma 1, D.L. 28/10/2020, n. 137 anche alla luce della normativa comunitaria; quella sugli ordini di liberazione, oltre ad un contributo sul tema centrale del criterio di scelta dei professionisti delegati, curatori, commissari Giudiziali, dato che in questo periodo i Tribunali, in ordine sparso, stanno rielaborando i propri elenchi, e più in generale sull’art. 179 ter delle disp. att. c.p.c., il tutto allo scopo di stimolare un confronto tra tutti gli operatori sulle tematiche trattate

  • Delimitazione dell’operatività della normativa emergenziale con specifico riferimento all’art. 54 ter DL 17/03/2020, n. 18

Sul punto della delimitazione dell’operatività della normativa emergenziale va richiamato il disposto dell’art. 54 ter del D.L. n. 18/2020 il quale, nelle intenzioni del Legislatore, aveva lo scopo di evitare “ripercussioni della crisi del sistema produttivo sulle fasce più esposte, mettendole al riparo dall’azione esecutiva [2], è senz’altro l’emblema della fase emergenziale che sta vivendo il nostro Paese, con effetti nefasti sul comparto economico e produttivo.

Come è noto l’art. 54 ter del D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni, nella L. n. 27/2020, ha previsto che “Al fine di contenere gli effetti negativi dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, in tutto il territorio nazionale è sospesa, per la durata di sei mesi a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (e dunque fino al 30 ottobre 2020: ndr), ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore”.

Il 28 ottobre 2020, due soli giorni prima la scadenza degli effetti sospensivi introdotti dall’articolo sopra richiamato, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il D.L. n. 137/20 (cd. “Ristori”) il cui art. 4, rubricato “Sospensione delle procedure esecutive immobiliari nella prima casa”, da un lato ha prorogato il termine di sospensione delle procedure esecutive rientranti  nell’art. 54-ter fino al 31 dicembre 2020; e dall’altro lato ha previsto l’inefficacia di “…ogni procedura esecutiva per il pignoramento immobiliare, di cui all’articolo 555 del codice di procedura civile, che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore, effettuata dal 25 ottobre 2020 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”.

Il combinato disposto delle due norme richiede anzitutto che:

  1. a) ne sia delimitato il campo di operatività e
  2. b) sia verificata la loro compatibilità con il dettato costituzionale, anche nell’ottica dell’efficacia del dettato normativo.
  3. a) sotto il primo profilo non può allora non richiamarsi la premessa fatta in esordio del presente commento e cioè che una norma emergenziale non è mai suscettibile di analogia e di interpretazione estensiva sicché sia il concetto di “sospensione”, sia quello di “inefficacia della “procedura esecutiva”, vanno esattamente inquadrati ed agli stessi va data una esatta collocazione sistematica.

Nel caso dell’art. 54-ter e dell’art. 4 del decreto “Ristori” già la prima interpretazione delle norme è resa persino critica, perché il legislatore emergenziale è stato ampiamente carente anche nelle più elementari regole grammaticali (“procedure esecutive immobiliari SULLA prima casa, NELLA prima casa”) senza neanche soffermarsi sulla definizione di “prima casa”, senza chiarire le attività consentite da quelle non consentite in tali procedure e senza distinguere le fasi del processo esecutivo destinatarie dei profili sospensivi delle norme ed in particolare senza soffermarsi sulla fase successiva all’aggiudicazione ex art. 187 bis disp att cpc.

A.C.D.C. condivide anzitutto le osservazioni pervenute da più parti, secondo le quali per “prima casa” deve intendersi non già la “prima casa” nell’accezione fiscale del termine, quanto invece l’immobile di proprietà del debitore e dallo stesso abitato stabilmente con i propri familiari al momento del pignoramento, così come risultante dalla relazione del custode giudiziario e da certificazioni anagrafiche (certificazione di residenza, stato famiglia, contratto di convivenza, ecc.)

Dagli atti parlamentari della legge di conversione del dl Cura Italia, infatti, si evince che “abitazione principale” è quella abitata abitualmente dalla persona fisica che la possiede a titolo di proprietà o altro diritto reale, o i suoi familiari (ai sensi dell’art. 10, comma 3-bis del D.P.R. n. 917 del 1986 Per abitazione principale si intende quella nella quale la persona fisica, che la possiede a titolo di proprietà o altro diritto reale, o i suoi familiari dimorano abitualmente. Non si tiene conto della variazione della dimora abituale se dipendente da ricovero permanente in istituti di ricovero o sanitari, a condizione che l’unità immobiliare non risulti locata”)

Appare, dunque, necessario verificare, prima di considerare sospesi o inefficaci gli atti del processo esecutivo, quella che è la premessa dell’articolo in commento e cioè che l’immobile staggito con il pignoramento sia l’abitazione principale del debitore stesso e dunque quello di fatto posseduto (rectius detenuto) dal soggetto pignorato e che pertanto non si possa accedere a tale normativa di favore qualora l’immobile non sia più abitato dal debitore e della sua famiglia (in assonanza con quanto previsto dall’art. 560, VI comma, cpc nella sua ultima formulazione), anche ove le risultanze anagrafiche siano diverse. La logica conseguenza consiste nel considerare proseguibili tutti gli altri processi esecutivi aventi ad oggetto immobili abitativi liberi od occupati da soggetti non corrispondenti al debitore esecutato e dai suoi familiari.

Quanto alle attività processuali toccate dalla sospensione, da quelle non sospese, non si può prescindere dalla situazione attuale, ovvero:

– tutte le procedure pendenti al 30 aprile 2020 o promosse successivamente a tale data sono sospese sino al 31 dicembre 2020 (salvo ulteriori – ed improvvidi – rinvii);

– gli atti esecutivi con funzione strettamente liquidatoria (inclusi quelli di impulso della fase preliminare alla vendita) compiuti dal 30 aprile 2020 sino al 24 ottobre 2020 ove posti in essere, erano opponibili unicamente con l’opposizione agli atti da parte del debitore, con le modalità e nei termini prescritti dall’art. 617 c.p.c.;

– gli atti esecutivi con funzione strettamente liquidatoria (inclusi quelli di impulso della fase preliminare alla vendita) compiuti (nelle procedure in qualunque tempo avviate) dal 25 ottobre 2020 sino all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto sono, invece, colpiti dalla inefficacia, rilevabile anche ex officio dal giudice dell’esecuzione sino al termine della fase processuale di compimento dell’atto.

Non si può non evidenziare, tuttavia, come la sospensione delle procedure esecutive ex art. 54 ter L. 27/20, con la surrichiamata proroga al 31/12/2020 è stata interpretata in maniera difforme nei vari fori nazionali con una applicazione della normativa totalmente disomogenea proprio per effetto della atecnicità del testo normativo, se si considera che alcuni Tribunali hanno ritenuto e disposto che la sospensione suddetta dovesse riguardare solo la fase liquidatoria della procedura, dall’istanza di vendita fino alla vendita vera e propria del cespite pignorato, mentre presso altri fori è stata disposta la  sospensione totale di ogni atto: è evidente che il testo normativo attuale si presta ad interpretazioni diverse!

Sul punto A.C.D.C. condivide la linea di chi ritiene che la sospensione non possa riguardare l’esecuzione in quanto tale ma soli singoli atti esecutivi; e che separazione fra attività da sospendersi e quelle da ritenersi non sospendibili sia rappresentata dell’aggiudicazione del bene staggito al momento dell’entrata in vigore della norma, alla luce del chiaro disposto di cui all’art. 187 bis disp. att. c.p.c. il quale sancisce l’intangibilità dell’aggiudicazione da ogni fatto successivo, anche estintivo, della procedura e sul quale le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno già avuto modo di interpretare la norma affermando che l’intento del legislatore era “quello di garantire il più possibile la stabilità dell’acquisto conseguito dal terzo nell’ambito del processo esecutivo” e che “Il legislatore, precisando che gli effetti dell’aggiudicazione – anche provvisoria, ma a maggior ragione se definitiva – restano fermi nei confronti degli aggiudicatari, ha inteso evidentemente ben sottolineare l’autonomia di quegli effetti, e dunque del diritto acquisito dall’aggiudicatario o dall’assegnatario, rispetto agli eventi che possano successivamente incidere sul corso del processo esecutivo[3].

Sembra quindi, evidente, anche sulla base di quanto stabilito dalla Giurisprudenza di Legittimità, come gli eventi sopravvenuti alla aggiudicazione – e gli effetti sospensivi eventualmente da questi derivanti, o per legge o per provvedimento giudiziale – non possano impedire l’emissione del decreto di trasferimento, anche in considerazione del fatto che con la liquidazione del compendio pignorato conseguente all’aggiudicazione, la procedura esecutiva non ha più ad oggetto il bene immobile, ma il ricavato della vendita e pertanto l’emissione del decreto di trasferimento in favore dell’aggiudicatario appare un atto dovuto.

E’ pertanto semplicemente inaccettabile la tesi di chi, muovendo dal dettato letterale della norma, ritiene non iniziabile una procedura esecutiva. Non solo, ma appare ancora più lesivo consentire allo stesso di iniziare un procedimento esecutivo, con le non irrilevanti spese connesse, per un motivo non giuridico, senza nemmeno garantirgli il mantenimento degli effetti sostanziali del pignoramento!

  • Profili di illegittimità costituzionale dell’art. 54 ter come modificato dall’art. 4, comma 1, D.L. 28/10/2020, n. 137 anche alla luce della normativa comunitaria

In relazione al profilo della compatibilità delle norme sopra richiamate con l’impianto costituzionale che regola il sistema normativo vigente, la prima considerazione che va fatta è che la norma in esame non appare compatibile con le fonti: a cominciare dalla legislazione comunitaria, sia in termini di equo processo che di durata.

L’art. 6 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) è posto a garanzia, oltre che del corretto svolgimento del processo, anche dell’effettività della sua fase esecutiva. Laddove non fosse data concreta attuazione alle sentenze rese dai Tribunali degli Stati membri, infatti, verrebbero svuotate di significato le garanzie predisposte per l’equo svolgimento del processo.

La CEDU, esprimendosi in merito a tale articolo, infatti, ha sancito l’esistenza del diritto all’esecuzione delle decisioni giudiziarie entro un termine ragionevole (19.3.1997, Hornsby c. Grecia; 16.10.2007, De Trana c. Italia; 17.5.2011, Ventorino c. Italia); sicché il diritto all’esecuzione assume il rango di parte integrante del diritto ad un processo equo.

La Corte ha altresì stabilito che il ritardo nel dare esecuzione ad un provvedimento giudiziario può essere eccezionalmente giustificato solamente da circostanze speciali (7.5.2002, Burdov c. Russia) fra le quali si fa peraltro fatica a farvi rientrare le problematiche sociali derivanti dall’emergenza da Covid-19 così come normate solo per i debitori, sia perché al rallentamento ed ancor più all’arresto delle procedure esecutive non fa da riscontro l’arresto della diffusione del contagio e nemmeno il suo rallentamento (come abbiamo visto proprio a seguito della ripresa dell’ondata pandemica in piena vigenza dell’art. 54 ter), sia perché l’arresto delle procedure esecutive è generalizzato, sia soprattutto perché le debitorie fatte valere con l’esecuzione forzata sono tutte pregresse l’avvento del Covid-19, il quale dunque non può assurgere a “causa” della situazione debitoria, quanto invece ad elemento accidentale.

La dottrina ha autorevolmente sostenuto che la fase esecutiva di un credito ha “prevalenza” sulla proprietà[4] proprio perché rappresenta la fase finale della tutela che l’ordinamento offre a chi si è rivolto (nella maggior parte dei casi) al Giudice per ottenere la tutela delle proprie ragioni e la sua reintegrazione del patrimonio leso: la fase esecutiva mira solo ad attuare decisioni giurisdizionali che le parti spesso hanno potuto ottenere solo dopo lunghi giudizi.

L’esecuzione non crea sperequazioni, non crea vantaggi per qualcuno in danno di altri, non crea problematiche sociali perché chi ha un debito consolidato in un titolo esecutivo sa che a quel debito, in caso di inadempimento, deve fare fronte con il suo patrimonio perché così previsto sin dal 1942 dall’art. 2740 c.c.

Ne consegue che le limitazioni del diritto ad avviare o coltivare un procedimento esecutivo risultano possibili solo a condizione che siano momentanee, con effetti circoscritti e debitamente giustificate, dovendo sussistere una ragionevole proporzionalità tra i mezzi impiegati ed il fine perseguito. Pertanto, una legislazione nazionale che sospendesse le procedure esecutive immobiliari o ne proibisse l’avvio a causa della contingente situazione epidemiologica, risulterebbe compatibile col diritto fondamentale ad un processo equo solo qualora il rinvio fosse effettivamente ad essa correlato, e solo se durasse per il periodo di tempo strettamente necessario per la salvaguardia della salute pubblica e, infine, se fosse limitato al contenimento del pericolo del contagio sospendendo, tutt’al più, atti da eseguire in casi limitati, non tutta la procedura. Così la salute non c’entra nulla!

Non avendo alcuno di questi requisiti né l’art. 54-ter del D.L. n. 18/2020, né l’art. 4 del D.L. n. 137/20, deve concludersi che tali norme violano l’art. 6 CEDU perché non operando alcun legittimo bilanciamento del diritto de quo tra creditori e debitore, rendono la procedura esecutiva un processo non equo.

Ma vi è di più: la Convenzione prevede un ragionevole termine per la conclusione del processo (dovendo la fase esecutiva intendersi come parte del più generale procedimento volto a garantire la soddisfazione dei diritti di credito azionati) che serve soprattutto ad indurre fiducia nei cittadini nell’amministrazione della giustizia. Spesso la Corte ha individuato nello Stato membro il responsabile per la mancata riorganizzazione del sistema giudiziario con un adeguato aumento di risorse da destinare ad un reale miglioramento[5]: “affrontare il problema del ritardo irragionevole nell’ambito di un procedimento giudiziario può quindi chiedere allo Stato di prendere una serie di provvedimenti legislativi, organizzativi, misure di bilancio e altri”.

Ma i provvedimenti che uno Stato deve adottare per ovviare al problema del ritardo non possono essere quelli volti a privare di efficacia ed effettiva realizzazione l’attuazione dei diritti di credito riconosciuti (nella maggior parte dei casi) giudizialmente, bensì quelli volti a garantire una sollecita attuazione del comando giurisdizionale, a garantire la professionalità di chi è chiamato a collaborare alla sua attuazione, a garantire da un lato il rispetto delle regole processuali e dall’altro il rigore nell’attuazione del comando, nel che si concreta l’esercizio della funzione giurisdizionale.

Non sarà superfluo allora ricordare che l’Italia è stata spesso condannata dalla Corte EDU per i ritardi nell’”esecuzione di una decisione giudiziaria che riconosceva un diritto di credito”. In particolare, nella sentenza 16 ottobre 2007 – Ricorso n. 64215/01 – causa De Trana c. Italia[6] la Corte Edu ha parlato di limitazione dell’effettività del diritto di accesso alla giustizia (§ 36 della sentenza), di ostacolo al “diritto dei ricorrenti ad una protezione giudiziaria effettiva garantita dall’art. 6 § 1 della CEDU” (§ 39 della sentenza) ma di questo il nostro Legislatore continua a non tenerne conto.

Con specifico riferimento al diritto interno, la norma appare poi in contrasto con la Carta Costituzionale almeno con riferimento a cinque norme fondamentali che possono ritenersi violate (oltre ad una sesta, l’art. 111 sul giusto processo, in ordine al quale ci riportiamo quanto alle riflessioni all’art. 6 CEDU):

  • l’art. 3 che è espressione del diritto di uguaglianza
  • l’art. 10 che impone l’adeguamento alla normativa internazionale
  • l’art. 24 – diritto di difesa, ma anche e soprattutto espressione del diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti
  • l’art. 41 libertà di iniziativa economica
  • l’art. 47 tutela del risparmio

Non sarà neppure superfluo evidenziare che già in passato la Corte Costituzionale (sent. 12-07-2013, n. 186) si era occupata della lesione dei diritti di credito in relazione ai pignoramenti effettuati nei confronti delle ASL con riferimento al blocco, previsto per la durata di un anno dalla entrata in vigore della legge, delle esecuzioni. Anche in tale caso la legge aveva previsto che i pignoramenti eventualmente già eseguiti non avessero efficacia nei confronti dei debitori, potendo costoro disporre dei beni eventualmente vincolati.

Ebbene, in quel caso, il remittente aveva evidenziato come, in relazione ai pignoramenti già eseguiti, la legge consentisse “ai debitori, in aperto contrasto con l’art. 24 Cost., di rientrare nella piena disponibilità dei beni sino a quel momento vincolati alla soddisfazione dei creditori esecutanti”. Il remittente aveva altresì ritenuto il contrasto con l’art. 41 Cost. dato che la norma impediva una reale programmazione economica al creditore, specie se impresa. Altro principio formalmente stabilito dalla Corte era quello che le disposizioni di carattere processuale che incidono sui giudizi pendenti devono essere controbilanciate da disposizioni di carattere sostanziale che garantiscano la sostanziale realizzazione dei diritti oggetto delle procedure estinte. Per tali motivi ha dichiarato incostituzionale la norma impugnata, avendo ritenuto il “contrasto con l’art. 24 Cost. in quanto, in conseguenza della norma censurata, vengono vanificati gli effetti della tutela giurisdizionale già conseguita dai numerosi creditori” e ritenendo non ammissibile la creazione di uno ius singulare che determina lo sbilanciamento fra le due posizioni in gioco.

Non vi è dunque chi non veda una chiara similitudine con l’art. 54-ter perché anche in questo caso vengono lese – per ragioni di salute pubblica scientificamente inesistenti (non essendo di certo i procedimenti giudiziari veicolo di contagio – le ragioni dei creditori, oltre a tutto per un tempo non limitato, non certo, con una tecnica legislativa inaccettabile e con uno spregio della posizione del ceto creditorio che attende di monetizzare quanto gli spetta, magari dopo anni di processi di cognizione!

Potrebbe qui obiettarsi che gli effetti dell’art. 54 ter sono (o saranno) limitati nel tempo, oppure che l’effetto sospensivo dell’art. 54-ter opera solo dopo il perfezionamento del pignoramento, che costituisce l’atto iniziale dell’espropriazione forzata (art. 491 c.p.c.)[7], ma non pare essere questo il punto, stante anche il concreto pericolo che i termini del 31 dicembre 2020 possano essere ulteriormente prorogati con la legge di conversione.

Il punto, poi, che suscita le maggiori perplessità fra i Professionisti delegati alla vendita è che il legislatore pare abbia voluto tutelare un interesse in sé pienamente legittimo e astrattamente condivisibile – quello cioè di attutire le ripercussioni negative indotte dalla crisi del sistema produttivo nelle fasce più “deboli” della popolazione – dando aprioristicamente preferenza ad una specifica quanto indistinta categoria di soggetti: i debitori, dimenticando però che questi non hanno subito il pignoramento per effetto delle vicende economiche connesse alla pandemia, ma per effetto delle problematiche singolari di ciascuno di essi ben precedenti alla pandemia stessa.

In tal modo, però, si è andati a scapito dei soli interessi e dei diritti di altri soggetti coinvolti nella procedura esecutiva, nella specie i creditori e gli aggiudicatari di beni immobili.

Da qui l’esigenza sentita dai Professionisti di A.C.D.C. di una ulteriore riflessione in ordine alla razionalità e logicità delle disposizioni adottate rispetto allo scopo che la norma si propone di conseguire.

All’attento e qualificato lettore il “pacchetto ristori” (e sue revisioni), invero, dimostra di andare nella direzione esattamente opposta a quella costituzionale, garantendo unicamente la posizione del debitore, il cui “diritto di proprietà” è stato evidentemente male interpretato a spese degli altrettanto rilevanti (costituzionalmente) diritti dei creditori.

E’ significativo un passo, equilibrato e davvero ben scritto, del Dott. Attilio Burti[8], GE del Tribunale di Verona il quale, nelle sue “riflessioni aperte ed in divenire sulla formulazione dell’art. 560 c.p.c. vigente per le procedure esecutive immobiliari iniziate dopo il 13.2.2019” esprimendosi sul bilanciamento e sul valore prevalente fra aspettative dei creditori (a non veder mutati i parametri normativi che orientano l’esercizio della discrezionalità giudiziale, da cui dipende il grado di realizzo del loro credito) ed aspettative dei debitori esecutati (a non vedersi trattati più sfavorevolmente rispetto ai soggetti destinatari di un atto di pignoramento immobiliare notificato dopo l’entrata in vigore della legge n. 12/19) così ha scritto: “Occorre demistificare la credenza che il diritto all’abitazione della casa di proprietà sia un diritto che abbia una pregnanza ed un valore costituzionale di forza analoga ad altri diritti sociali riconosciuti dalla medesima Costituzione (ad esempio: la salute, il lavoro, la scuola, il diritto di libertà economica) in quanto l’art. 47 si limita a dire che la Repubblica incoraggia l’accesso alla casa di proprietà

E’ questo il presupposto, condiviso dai Professionisti di A.C.D.C. da cui occorre partire: tutela della proprietà sì, ma nel rispetto di quanto previsto dalla carta Costituzionale che si limita ad “incoraggiare” la proprietà privata, ma al tempo stesso a favorire l’iniziativa economica nella quale ha indubbia e fondamentale rilevanza il concetto di dare ed avere. Non si può sacrificare impunemente la parte sana dell’economia a vantaggio di chi ormai non ha più credibilità commerciale.

Il lungimirante pensiero trasversale della Magistratura, da sempre garante del sistema giudiziario, conferma la corta veduta del legislatore emergenziale, che non tiene conto dei soggetti pregiudicati dal “pacchetto ristori”; così come non sembra tenere conto che, sospendendo ovvero anche solo rallentando le procedure esecutive, il creditore non perde il suo credito, che anzi aumenta nel tempo per interessi e spese, con il che il debitore si troverà sempre più sommerso, mentre per contro il rinvio del diritto dell’aggiudicatario a conseguire il trasferimento del bene (per ora fino al 31 dicembre 2020, ma non possono escludersi ulteriori provvedimenti sospensivi) mina alle fondamenta il principio di certezza del diritto e la stessa autorevolezza dello Stato e la funzione sociale delle procedure esecutive. Inoltre, un eccessivo prolungarsi del termine per ottenere il trasferimento del bene potrebbe addirittura legittimare un recesso dall’aggiudicazione da parte dell’aggiudicatario (si pensi al caso in cui l’acquisto all’asta fosse finalizzato a soddisfare una impellente e non rinviabile esigenza abitativa).

Nel bilanciamento degli interessi in gioco nella procedura esecutiva non va infine trascurata la posizione dell’aggiudicatario, che il legislatore – pur non negando i principi cardine affermati dall’art. 187 bis disp. att. c.p. –  invece sacrifica, ritenendo prioritaria la salvaguardia delle esigenze abitative primarie del debitore, anche rispetto al diritto dell’acquirente di ottenere, a seguito del versamento del prezzo, la titolarità del bene. E’ stato infatti travolto il diritto degli aggiudicatari che hanno provveduto al saldo prezzo e che, in forza della norma speciale sopra indicata, hanno dovuto assistere, impotenti, alla disapplicazione dell’art. 187 bis disp. att. c.p.c. nonostante la sua portata rassicurante e sulla quale chi approccia al mercato delle aste immobiliari deve poter confidare, pena il disamoramento verso tale forma alternativa di accesso alla proprietà immobiliare.

In alcuni Tribunali è stata ammessa una proroga per il saldo prezzo da parte degli aggiudicatari rimasti coinvolti dalla sospensione delle procedure dopo l’aggiudicazione avvenuta nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio. Questi aggiudicatari hanno comunque eseguito il saldo prezzo allo scadere della proroga loro concessa, ma oggi si trovano a non poter ottenere la firma del decreto di trasferimento a causa della proroga della sospensione. A ciò si aggiunga che anche l’attività del Custode è inibita per quanto attiene le attività di liberazione dei cespiti adibiti ad abitazioni principali dei debitori, potendo proseguire solo quelle operazioni di vigilanza e controllo dello stato di conservazione degli immobili.

Il sacrificio dell’aggiudicatario, anche laddove le procedure esecutive abbiano già raggiunto una fase così avanzata, determina una grande discriminazione di trattamento tra gli aggiudicatari e i debitori, provocando una sostanziale perdita di fiducia nei primi nei confronti delle vendite giudiziali mentre sarebbe essenziale conservarne la credibilità e la trasparenza anche al fine di tutelare gli interessi del ceto creditorio. La questione diventa ancora più ingiusta e la stortura ancora più evidente nell’apprendere che in alcuni Tribunali la norma sospensiva di cui all’art. 54 ter è stata applicata solo con riferimento alle attività liquidatorie propriamente intese, salvaguardando la fase successiva all’aggiudicazione, con il risultato che se il bene è stato aggiudicato a Forlì, il decreto di trasferimento fino al 31.12.2020 (salvo ulteriori proroghe) non sarà firmato e il bene non verrà liberato, mentre se il bene è stato aggiudicato presso il Tribunale di Catanzaro l’aggiudicatario è già divenuto proprietario e entro il 31.12.2020 potrà anche ottenere la disponibilità del cespite liberato dal Custode.

Non va perso di vista nemmeno il fatto che la Suprema Corte[9] ha avuto modo di evidenziare come l’ordinamento abbia l’obbligo di far conseguire al creditore quanto gli spetti e che il corretto espletamento della procedura “avvicina l’ordinamento italiano a quello di altri Paesi Europei”: nulla di ciò viene invece perseguito dall’attuale Legislatore.

In molti Tribunali d’Italia, l’interpretazione dell’art. 54 ter non ha indotto i Giudici dell’esecuzione alla “mera” sospensione delle liberazioni come ci sarebbe aspettati leggendo l’incipit della norma  emanata “al fine di contenere gli effetti negativi dell’emergenza epidemiologica”, bensì addirittura a sospendere l’emissione del decreto di trasferimento o alla sua emissione, previa presa d’atto da parte dell’aggiudicatario che la consegna dell’immobile non sarebbe potuta avvenire se non dopo lo spirare del termine di vigenza della norma al 30/10/2020, successivamente prorogato con l’art. 4 DL Ristori, al 31/12/2020 (salvo ulteriori deprecabili rinvii).

Ora, se per effetto dell’art. 187 bis disp. att. c.p.c. (che è bene ricordarlo è intitolato “Intangibilità nei confronti dei terzi degli effetti degli atti esecutivi compiuti”) in  ogni caso di estinzione o di chiusura anticipata del processo esecutivo avvenuta dopo l’aggiudicazione, restano fermi gli effetti di tali atti in favore dell’aggiudicatario, non si vede come la sospensione pur “speciale” della procedura esecutiva come quella decretata dall’art. 54 ter, possa esplicare effetti più incisivi e gravi di quelli determinati addirittura dall’estinzione o chiusura anticipata della procedura stessa.

  • Sospensione delle procedure ed ordini di liberazione

Quanto sopra evidenziato introduce l’ulteriore problema connesso a quello della presunta legittimità della sospensione delle procedure, degli ordini di liberazione.

Su questo tema il disorientamento dei Professionisti Delegati e dei creditori è massimo, perché la legge nulla dispone, perché la Forza Pubblica non presta assistenza ritenendo le attuazioni degli ordini di liberazione assimilati agli sfratti. Molti Giudici dell’Esecuzione, investiti del problema dopo la pubblicazione dei decreti di trasferimento, hanno sospeso le liberazioni degli immobili.

Laddove la sospensione dovesse perdurare fino al 31/12 il “pregiudizio” per gli aggiudicatari non sarebbe irreparabile, ma se – vista l’imprevedibilità della situazione – il termine di sospensione dovesse essere prorogato anche dopo il 31 dicembre 2020, i problemi sarebbero notevoli anche e soprattutto per quegli aggiudicatari i quali, dopo aver pagato il prezzo, si troverebbero nella prorogata impossibilità di entrare in possesso di quanto acquistato e pagato da tempo.

La dottrina e la giurisprudenza e diversi Tribunali di merito hanno dato praticamente tutti risposta negativa all’assimilabilità dell’OdL agli sfratti, ma la genericità e atecnicità del testo normativo non lascia tranquilli.

L’ordine di liberazione, infatti, non si esegue nelle forme degli artt. 605 e ss. c.p.c., ma è un provvedimento che ha un’attuazione (non esecuzione) semplificata nell’ambito della stessa procedura esecutiva immobiliare e quindi, a stretto rigore la normativa emergenziale non ha voluto sospendere le attività di liberazione degli immobili ed è l’art. 560 c.p.c. che prevede l’emissione dell’ordine di liberazione dell’immobile abitato dal debitore e dai suoi familiari solo dopo il decreto di trasferimento, salvo che ricorrano le fattispecie del comma 6 e, cioè, che il debitore metta a repentaglio l’integrità del bene o, comunque, “si comporti male”.

Anche la dottrina[10] ha ritenuto che “L’art. 103, comma 6, d.l. n. 18 del 2020 costituisce disposizione eccezionale contenuta in una normativa speciale e, come tale, è insuscettibile di applicazione analogica: la disposta sospensione della “esecuzione” non può riguardare – pena la violazione dell’art. 14 delle preleggi – la “attuazione” dell’ordine di liberazione o del decreto di trasferimento ai sensi dell’art. 560 c.p.c. (come modificato dall’art. 18-quater, comma 1, d.l. 30/12/2019, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla legge 28/2/2020, n. 8).

In giurisprudenza, il Tribunale di Verona[11], che probabilmente per primo si è occupato della materia dopo l’entrata in vigore del detto art. 103, aveva evidenziato come la norma non si applica all’ordine di liberazione perchè “l’ordine di liberazione (pur contenendo un ordine di rilascio) non si esegue nelle forme dell’esecuzione per rilascio (art. 605 c.p.c. e seguenti) tramite ufficiale giudiziario e su istanza del creditore al rilascio dell’immobile, ma, al contrario, viene “attuato dal custode senza l’osservanza delle formalità di cui agli articoli 605 e seguenti” sulla base delle disposizioni impartite dal medesimo Giudice dell’Esecuzione.

Tale pronunzia, è stata seguita anche dal Tribunale di Bari[12], dal T. Mantova[13] e da T. Siracusa[14] per cui deve ritenersi che la sospensione delle procedure esecutive non comprenda gli ordini di liberazione. In tali pronunzie viene anche correttamente messo in evidenza che l’art. 17-bis, comma 1, d.l. 34/2020, n. 34 reca in rubrica la dizione “Proroga della sospensione dell’esecuzione degli sfratti di immobili ad uso abitativo e non abitativo

Le considerazioni che precedono impongono quindi la necessità sentita dai Professionisti di A.C.D.C. di emendare l’insieme dei provvedimenti normativi succedutisi in materia esecutiva.

Sul punto va, invece, purtroppo segnalata la voce distonica del Ministero della Giustizia, certo non avente efficacia di interpretazione autentica, ma in ogni caso inaccettabile ed errata.

Infatti, in risposta ad un’interrogazione parlamentare (n. 432 del 25/11/20)[15] presentata dall’Onorevole Vitiello al Ministro della Giustizia, al quale era stato chiesto se non fosse opportuno adottare iniziative per chiarire, per una omogenea applicazione a livello nazionale della norma, che l’articolo 103, comma 6, del decreto-legge n. 18 del 2020, relativo alla sospensione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, si applica anche alle procedure di cui agli articoli 560 e 657 del codice di procedura civile, il Ministro ha adottato un provvedimento assai discutibile.

E’ noto che l’art. 103, comma 6 D.L. 18/2020, relativo all’esecuzione dei provvedimenti di rilascio, non possa trovare applicazione all’attuazione degli ordini di liberazione a cura del Custode ex art. 560 c.p.c. Infatti, l’art. 103, comma 6, cit., si riferisce esplicitamente ai provvedimenti di rilascio (quindi sfratto) che sono cosa ben diversa dall’ordine di liberazione previsto dall’art. 560 c.p.c. al quale l’art. 103 cit. non può essere applicato nemmeno per analogia attesa la sua natura di norma eccezionale dettata dal contesto emergenziale (art. 14 Preleggi).

Invece, in tale risposta il Ministro ha ritenuto che “la formulazione della disposizione di cui all’art. 103, comma 6 del D.L. 18/20 non lasci spazio ad equivoci. Dal tenore letterale della norma risulta evidente che la stessa si riferisce in linea generale alla esecuzione di tutti i provvedimenti di rilascio, indipendentemente dalle procedure alle quali gli stessi accedano …. Con riferimento alla liberazione dell’immobile stabilita dal Giudice dell’Esecuzione, nell’ambito delle procedure di esecuzione immobiliare, si evidenzia ulteriormente che il termine rilascio è espressamente utilizzato dal comma 4 della disposizione di cui all’art. 560 c.p.c., talchè non sembra sussistere alcun dubbio, neppure sul piano dell’interpretazione letterale, in ordine all’inclusione di detta fattispecie nell’ambito della previsione di cui al predetto art. 103 , comma 6”.

Ebbene: tale riscontro lascia indubbiamente perplessi sol che si consideri che il comma 4 dell’art. 560 non parla minimamente di rilascio (trattando della visita dell’immobile): di rilascio si parlava nel comma 4 del testo precedente dell’art. 560 c.p.c. nel testo antecedente al DL 03/05/2016, n. 59 evidentemente utilizzato per redigere la risposta n. 4-07638. Successivamente, poi, con il DL 14/12/18 N. 135 non si è parlato neppure più di rilascio, bensì – nel comma 6 – di liberazione, con espressa indicazione della sua attuazione da parte del custode, a richiesta dell’aggiudicatario, senza l’osservanza delle forme di cui all’art. 605 c.p.c., che è la norma deputata alle “esecuzioni” per consegna o rilascio e che evidentemente induce a diversa interpretazione.

Lascia pertanto basiti il fatto che pur avendo l’art 560 cpc subito delle modifiche nel corso degli anni – da ultimo con Legge 20/2019 – il Ministero “competente” non abbia conoscenza della formulazione attuale.

Tanto viene evidenziato per rimarcare l’ennesima ed inaccettabile imprecisione del Ministero resa in un consesso parlamentare e non certo ai media e per il fatto che gli operatori di diritto, siano essi giudici, avvocati, commercialisti o notai non possono non rimanere esterrefatti dalla risposta testè citata.

A.C.D.C. pertanto reclama a gran voce un intervento giuridicamente corretto poiché di fronte ad eventuali provvedimenti giudiziali contrastanti non si può avere un Ministero che risolve la questione con riferimenti normativi non più in vigore e/o con termini non corretti.

  • Proposta abrogazione art. 4 del D.L. 28/10/20 n. 137 e interpretazione autentica dell’art. 54 ter L. 27/2020

Per le motivazioni sopra espresse l’Associazione Nazionale di Coordinamento Delegati e Custodi – A.C.D.C., non può che farsi portavoce di una richiesta di intervento normativo del legislatore volto all’abrogazione della normativa emergenziale ed in particolar modo dell’art. 4 del D.L. 28/10/20 n. 137 e, comunque, per l’interpretazione autentica dell’art. 54 ter L. 27/2020, al fine del ripristino della tutela dei diritti del creditore e dell’aggiudicatario

Si auspica, quindi, che la conversione del decreto porti con sé, come baluardo principale, le ragioni sottese alla riforma, che sono quelle di protezione della salute per l’emergenza sanitaria in corso  e che si potrebbero riassumere in un precetto che preveda quanto segue: “Al fine di contenere gli effetti negativi dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, nei soli casi in cui la procedura esecutiva immobiliare abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore esecutato, è sospesa l’attuazione e l’esecuzione degli ordini di liberazione emessi, sino alla vigenza dei provvedimenti restrittivi emergenziali di circolazione delle persone”, tralasciando ogni deleteria statuizione ulteriore circa l’inefficacia o la sospensione degli atti processuali che portino alla liquidazione del bene.

Questa è la proposta dei Professionisti di A.C.D.C., assolutamente contraria ad ulteriori rinvii e/o sospensioni, che non vanno reiterati nella legge di conversione proprio perché non giustificabili per le ragioni di diritto testé esposte e per l’evidente incongruità di una norma a dir poco inopportuna, specie nella parte in cui pregiudica il diritto dell’aggiudicatario, già divenuto proprietario, di conseguire la disponibilità del cespite acquistato, sia che voglia far attuare al custode l’ordine di liberazione (art. 560, comma 6, c.p.c.) anche se contenuto nel decreto (in base al combinato disposto di cui agli artt. 560 c.p.c. e 586 c.p.c.), sia che voglia far eseguire personalmente quel titolo esecutivo dietro suo impulso (ex art. 586 c.p.c.).

Occorre – come ha evidenziato la Corte Costituzionale nella massima sopra richiamata, che la norma sia ispirata a principi di equilibrio nel rispetto dei diritti di tutte le parti, non dimenticando nessuno.

Solo per completezza o per mero tuziorismo, come si suole dire, va rilevato come la sospensione, per poter avere un valore giuridico, che attualmente non ha (e per questo andrebbe rimossa dal sistema) avrebbe dovuto prevedere:

– che, per abitazione principale, deve intendersi l’immobile adibito ad uso abitativo, con esclusione delle abitazioni di lusso, con l’espressa previsione che, per considerarla tale, occorre che il debitore abiti e risieda anagraficamente nell’immobile pignorato dal momento della notifica del pignoramento.

– il potere del giudice dell’esecuzione di disporre la sospensione del processo anche d’ufficio, con decreto reclamabile ai sensi dell’articolo 591-ter c.p.c., dettando contestualmente le disposizioni per la prosecuzione del processo direttamente nel decreto di sospensione.

Tale riferimento all’art. 591 ter, comma 3, c.p.c. viene fatto per rimarcare ancora di più il dato fondamentale che è il Giudice dell’esecuzione che ha il potere di dichiarare la sospensione dell’esecuzione su istanza di parte o d’ufficio (eventualmente su segnalazione degli ausiliari) ed il relativo provvedimento di sospensione (o il rigetto dell’istanza di sospensione) deve essere adottato con decreto, il che esclude la necessità di fissare apposita udienza. Ciò permette di assumere determinazioni più rapide, di evitare aggravio del lavoro di cancelleria (altrimenti appesantito dalla gestione delle udienze e dalle correlate comunicazioni), di soddisfare più celermente le esigenze di tutela sottese alla sospensione.

Avrebbe altresì dovuto prevedere:

– che la sospensione non può essere disposta dopo l’assegnazione o l’aggiudicazione, salvo che sia intervenuta la decadenza dell’aggiudicatario ovvero sia stata pronunciata la sospensione della vendita ai sensi del primo comma dell’art. 586 c.p.c.;

– che la sospensione non osta al pagamento al creditore pignorante o alla distribuzione tra i creditori delle somme versate dal debitore previsti dall’articolo 495 c.p.c., fasi espressamente escluse della sospensione medesima, al pari di quella dell’avvio dell’esecuzione con la notifica del pignoramento e la trascrizione del relativo atto;

– che nelle procedure sospese, i termini per il deposito dell’istanza di vendita e della documentazione prevista dal secondo comma dell’articolo 567 c.p.c. sono sospesi fino alla pronunzia da parte del GE, non potendo una situazione eccezionale andare a danno del solo creditore senza ragione alcuna;

  • Criteri di scelta dei professionisti e art. 179 ter delle disp. att. c.p.c.: proposta di A.C.D.C.

Da ultimo, A.C.D.C. intende dire la sua anche con riferimento al dibattito che coinvolge tutte le categorie dei Professionisti che cooperano con i vari Tribunali.

Dopo la pandemia, infatti, ci si attende uno tsunami di procedure esecutive, la cui ripresa è normativamente prevista (salvo ulteriori e non certo auspicati rinvii in sede di conversione) all’1/1/2021.

Tale massa di procedure che riprendono (o iniziano) riguarderà anche i Tribunali che con buone prassi ed abnegazione hanno raggiunto ottimi risultati: da qui la necessità, sentita fortemente dai professionisti di A.C.D.C. di formare e presentare ai Tribunali validi professionisti formati e capaci. Pertanto, anche sotto questo profilo A.C.D.C. intende sollecitare e spingere per la piena attuazione della necessaria riforma dei criteri di formazione degli elenchi dei professionisti delegabili.

Le enunciazioni di principio sono tante, ma vanno adeguatamente ponderate. Le più rilevanti sono:

L’art. 5 del nuovo codice della Crisi d’Impresa (DLT 12/01/2019, n. 14) secondo cui: “Tutte le nomine dei professionisti effettuate dall’autorità giudiziaria e dagli organi da esse nominati devono essere improntate a criteri di trasparenza, rotazione ed efficienza; il Presidente del Tribunale o, nei Tribunali suddivisi in sezioni, il Presidente della sezione cui è assegnata la trattazione delle procedure di regolazione della crisi o dell’insolvenza vigila sull’osservanza dei suddetti principi e ne assicura l’attuazione mediante l’adozione di protocolli condivisi con i giudici della sezione.

L’art. 179-ter disp. att. c.p.c. è più incisivo, perchè afferma che “Presso ogni tribunale è istituito un elenco dei professionisti che provvedono alle operazioni di vendita. Possono ottenere l’iscrizione nell’elenco i professionisti di cui agli articoli 534 bis e 591 bis, primo comma, del codice, che dimostrano di aver assolto gli obblighi di prima formazione, stabiliti con decreto avente natura non regolamentare del Ministro della giustizia.

Questi i due concetti base: da un lato il criterio della rotazione e dall’altro il criterio della formazione.

Tuttavia, occorre biasimevolmente rilevare la mancata emanazione del decreto ministeriale – prevista entro l’ 1.9.2016 – volto a dare applicazione all’art. 179 ter disp. att. c.p.c. contenente la disciplina degli elenchi, tra l’altro, dei professionisti delegabili ex art. 591 bis c.p.c.

Occorre quindi essere più incisivi, perché la professionalità, la competenza e la formazione sono essenziali e non vanno lasciati al libero arbitrio o alla scelta di chi è totalmente estraneo alla materia: occorre una competenza specifica per poter svolgere l’attività di Delegati, Curatori, Commissari Giudiziali ed altro che non si acquisisce con la rotazione, ma solo con la preparazione, aggiornamenti mirati e continui e la pratica.

Anche il C.S.M, nelle sue linee guida del 11 ottobre 2017, definisce elemento strategico di efficienza “l’effettiva qualità” dei custodi e dei delegati per le operazioni di vendita.

Sottolinea, poi, che “la scarsa esperienza o la modestia tecnica del custode o del professionista delegato sono fattori in grado di incidere pregiudizievolmente sul corso del processo esecutivo”.

Riconosce l’esigenza fisiologica di consentire ai professionisti di nuova formazione di sperimentarsi nel settore delle esecuzioni forzate, ma evidenzia la necessità di valorizzare le effettive capacità e attitudini, la pregressa esperienza maturata nel settore, eventuali percorsi di formazione teorica, nonché la idoneità della struttura organizzativa del professionista.

Nelle linee guida del 4 maggio 2016, il CSM ravvisava la necessità di assicurare un’equa distribuzione degli incarichi, indicando quale possibile criterio quello di non superare la soglia del 10% degli incarichi, o meglio dei compensi, ad un unico professionista.

Da un raffronto delle direttive emerge, dunque, da un lato la necessità di iscrivere negli elenchi professionisti adeguatamente preparati, che si dedichino con competenza ed interesse alla materia esecutiva, aggiornandosi e formandosi costantemente e che abbiano una struttura organizzativa adeguata; dall’altro la necessità di garantire una rotazione equa negli incarichi e nei compensi, tale da non creare differenziazioni e disuguaglianze fra gli iscritti; per contro dovendosi ritenere non virtuosa una mera rotazione degli incarichi fra tutti coloro che risultino inseriti negli attuali elenchi senza adeguata formazione, posto che è principio fondamentale riconosciuto dal CSM che la rotazione degli incarichi debba avvenire senza pregiudizio per l’amministrazione della Giustizia, quale può essere l’incarico portato avanti da un professionista non sufficientemente preparato.

Entrambe le necessità evidenziate contengono una nota comune: i custodi ed i professionisti delegati alle operazioni di vendita devono dedicare gran parte del loro tempo allo studio ed alla trattazione della materia, sostenendo spesso costi elevati per l’aggiornamento professionale e della struttura organizzativa.

Da ciò discende che il lavoro svolto come ausiliari del Giudice dell’Esecuzione, e di conseguenza il compenso, deve consentire a tutti gli iscritti nell’elenco di poter dedicare allo svolgimento dei compiti assegnati il tempo e l’impegno necessari.

Proprio per garantire tale competenza, A.C.D.C. ritiene che si possa individuare, quale criterio di equità e di garanzia, mantenere, nella composizione degli elenchi, un’adeguata proporzione tra le procedure mediamente pendenti presso ogni Tribunale ed il numero di professionisti iscritti, di modo da assicurare a ciascuno di essi di poter continuare a maturare esperienza sul campo, ma al tempo stesso la continua alta formazione degli stessi.

Da qui l’assoluta necessità di coinvolgere la comunità scientifica e gli utenti al fine di sollecitare il pronto intervento del Ministero della Giustizia volto a colmare la lacuna normativa.

Ciò richiede che “la vigilanza sulla formazione degli albi e degli elenchi non sia meramente formale, impegnando il capo dell’Ufficio Giudiziario – in attesa dell’attuazione del nuovo art. 179 ter disp. att. c.p.c. e della commissione in essa indicata – a svolgerla con scrupolo assoluto (…)”.

Sul punto il contributo che si chiede alla comunità scientifica è fondamentale, perché l’attuazione dell’art. 179 ter  non può essere solo una affermazione di principio di chi opera, nè un mero interesse di cassetta a sostenere la necessità della applicazione reale ed effettiva della norma, ma una necessità indefettibile.

E’ stato autorevolmente sostenuto, infatti, che “È certamente positivo che il legislatore pretenda dai professionisti interessati allo svolgimento di questo tipo di incarichi un investimento professionale e personale (per la formazione iniziale e periodica), scongiurando il rischio che a sostituire il giudice nella procedura siano chiamati soggetti che “improvvisano”[16].

Tale percorso formativo e professionale, pertanto, ben potrà essere valorizzato, a giudizio di questa associazione da un decreto ministeriale il quale dovrà:

  • prevedere che per l’assolvimento degli obblighi di prima formazione il professionista abbia conseguito nell’anno successivo all’entrata in vigore del decreto, almeno 30 crediti formativi per la partecipazione ad eventi e/o partecipato a corsi universitari della durata non inferiore a 30 ore, in materia di procedimenti esecutivi immobiliari;
  • ritenere assolti tali obblighi anche da chi abbia svolto nei 5 anni antecedenti all’entrata in vigore dell’emanando decreto, almeno 5 incarichi non revocati ex art. 591 bis c.p.c. nonché congiuntamente maturato, entro un anno dall’entrata in vigore del decreto, almeno 20 crediti formativi per la partecipazione ad eventi accreditati dai rispettivi Ordini professionali in materia di procedimenti esecutivi immobiliari o comunque tenuti in ambito universitario con durata non inferiore a 30 ore;
  • prevedere che per l’assolvimento della formazione periodica il professionista consegua annualmente almeno 20 crediti formativi eventi in materia di procedimenti esecutivi immobiliari;
  • stabilire che i corsi di formazione e di aggiornamento de quo siano organizzati dal Ministero della Giustizia anche a mezzo di associazioni di studio specializzate nel settore del diritto dell’esecuzione forzata, accreditate dal Ministero della Giustizia, e tenuti anche con le modalità di formazione di gruppo a distanza;
  • consentire alle associazioni di scegliere i docenti e determinare il programma dei corsi;
  • disporre che i corsi debbano avere una durata non inferiore a 30 ore, anche suddivise in più moduli giornalieri, e dovranno trattare tutti i seguenti temi: atti prodromici all’esecuzione (titolo esecutivo, precetto, pignoramento, iscrizione a ruolo, istanza di vendita); documentazione ipocatastale, stima dei beni pignorati, intervento dei creditori e creditore fondiario; custode giudiziario, ordine di liberazione e diritti di godimento opponibili alla procedura; delega delle operazioni di vendita, attività preliminari del delegato, gara, versamento del prezzo, ricorso ex 591-ter c.p.c.; espropriazione di quota indivisa, antieconomicità della procedura, compenso del delegato, decreto di trasferimento, progetto di distribuzione e obblighi fiscali del delegato; attività diversa dalle esecuzioni immobiliari (delega fallimentare ex art. 107, comma 2, l.f., vendite di beni mobili iscritti in pubblici registri, esame delle scritture contabili ex art. 492, comma 8, c.p.c.) (come da indicazioni delle Linee Guida elaborate dalla Scuola Superiore della Magistratura);
  • prevedere un esame di idoneità all’iscrizione o quanto meno il rilascio di un attestato di frequenza per le ore di effettiva partecipazione che dovrà essere verificata dall’organizzatore dei corsi;
  • stabilire che la commissione per la tenuta dell’elenco debba essere composta da un Giudice, da un Notaio, da un Avvocato e da un Dottore commercialista per ciascun Tribunale del rispettivo distretto di Corte d’Appello;
  • disporre che i componenti siano nominati dal Presidente di ciascuna Corte di Appello, su indicazione del Magistrato capo dell’ufficio delle esecuzioni immobiliari presso ciascun Tribunale ovvero, in mancanza detto ufficio, da un Giudice delle esecuzioni immobiliari;
  • prevedere che nomina a componente della commissione, di durata triennale, non sia incompatibile con l’iscrizione nell’elenco e che la commissione abbia sede presso la rispettiva Corte di Appello.

Questo l’auspicio che da parte di A.C.D.C.  si formula ai fini dell’attuazione e concretizzazione della normativa surrichiamata, allo scopo di stimolare un confronto tra tutti gli operatori sulle tematiche trattate.

Gli estensori:

Avv. Raffaella AZZOLA – (Foro di La Spezia)

Avv. Massimiliano BLASONE – (Foro di Trieste)

Avv. Paolo CAFURI – (Foro di Padova)

Avv. Lucio A. de BENEDICTIS – (Foro di Trani)

Avv. Lara FIORAVANTI – (Foro di Forlì)

Avv. Domenico PIOVESANA – (Foro di Venezia)

Avv. Luca SALATI – (Foro di Milano)

Avv. Mario SANTOPIETRO – (Foro di Milano)

Avv. Roberto TARTAGLIA – (Foro di Roma)

Avv. Giangiacomo ZANELLI – (Foro di Brescia)

A.C.D.C.

                                                                           Il Presidente

                                                                Avv. Giuseppe CARAMIA

                                                                      (Foro di Bari)

[1] Fonte: https://www.nplsre.it/wp-content/uploads/2020/11/ottobre2020_compressed-1.pdf    

[2] così Fanticini, Rossi, Leuzzi e Sajia nel pregevole scritto “ALLA RICERCA DI UN SIGNIFICATO PER LA “SOSPENSIONE DELLE PROCEDURE ESECUTIVE NELLA PRIMA CASA”” in https://www.inexecutivis.it/approfondimenti/2020/novembre/alla-ricerca-di-un-significato-per-la-sospensione-delle-procedure-esecutive-nella-prima-casa/#_ftnref44   

[3] Cass., Sez. Un., Sentenza n. 21110 del 28/11/2012.

[4] così F.P. Luiso in Diritto Processuale Civile, vol. II, Il Processo Esecutivo, 2011

[5] principio espresso dalla sentenza pronunciata in tema di ragionevole processo penale Dimitrov e Hamanov c. Bulgaria (sent. 10 maggio 2011), ma costituente principio generale

[6] sentenza reperibile in: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.page?facetNode_1=1_2(2007)&facetNode_2=1_2(200710)&contentId=SDU146988&previsiousPage=mg_1_20

[7] come sostenuto da così Fanticini, Rossi, Leuzzi e Saja ne: “ALLA RICERCA DI UN SIGNIFICATO PER LA “SOSPENSIONE DELLE PROCEDURE ESECUTIVE NELLA PRIMA CASA”” in https://www.inexecutivis.it/approfondimenti/2020/novembre/alla-ricerca-di-un-significato-per-la-sospensione-delle-procedure-esecutive-nella-prima-casa/#_ftnref44

[8] In http://www.ordineavvocati.vr.it/sites/default/files/uploaded/Tavola%20Rotonda%2017.1.2020%20-%20Relazione%20G.E.%20dott.%20Attilio%20Burti%20-.pdf

[9] Cass. 10.6.2020, n. 11116

[10] Legislazione d’emergenza e processi esecutivi e fallimentari di Cosimo D’Arrigo, Giorgio Costantino, Giovanni Fanticini e Salvatore Saija in https://www.inexecutivis.it nonchè Leuzzi e Rossi – Procedure esecutive e prima casa nel diritto emergenziale anti-Covid in https://blog.ilcaso.it/news_932/01-05-20/Procedure_esecutive_e_prima_casa_nel_diritto_emergenziale_anti-Covid

[11] 13/5/2020 – est. Burti in https://www.inexecutivis.it/massime-giurisprudenziali/tribunali/verona/lart.-103-comma-6-d.l.-n.-182020-non-trova-applicazione-con-riferimento-allattuazione-dellordine-di-liberazione/

[12] sent. 24/7/2020 – est. Cutolo in https://www.inexecutivis.it/massime-giurisprudenziali/tribunali/bari/a-seguito-della-modifica-di-cui-allart.-17-bis/

[13] 20 Agosto 2020. Est. Bernardi, in http://esecuzioneforzata.ilcaso.it/sentenze/ultime/24341/esecuzioneforzata

[14] 17/9/20 (in https://www.quotidianogiuridico.it/documents/2020/10/19/il-covid-19-non-sospende-l-attuazione-del-decreto-di-trasferimento-dell-immobile-pignorato#

[15] XVIII Legislatura – Lavori – Resoconti Assemblea – Dettaglio sedute (camera.it)

[16] così  Fanticini, Arriva il “patentino” per i professionisti delegati?, in http://ilprocessocivile.it/articoli/focus/arriva-il-patentino-i-professionisti-delegati 11 luglio 2016, 3